Giordano Bruno uomo libero e fiero
"Guastatore" della Chiesa cattolica
cinema in poltrona

(foto: http://a.bricout.free.fr/images/wallpapers/16000/16157__16157__giordano_bruno_.jpg)
SASSARI. Il 17 febbraio del 1600 le fiamme si alzano su Campo de' Fiori. È l'ennesimo rogo a Roma in piena Controriforma cattolica. L'uomo che brucia, con la lingua serrata, è un frate domenicano di Nola. Il suo nome è Giordano Bruno. Qualche settimana prima il Tribunale del Santo Uffizio lo aveva condannato come «eretico impenitente, pertinace, ostinato, e perciò incorso in tutte le censure ecclesiastiche e pene imposte dai Sacri Canoni». Verrà consegnato al braccio secolare del Governatore di Roma che lo farà torturare per giorni prima di appiccargli fuoco. A 412 anni da quei giorni il suo ricordo prende il volto e l'abilità da istrione di Gian Maria Volonté che in "Giordano Bruno" di Giuliano Montaldo disegna la figura di un uomo libero e fiero sino alla fine.
Il film è un ritratto di una vittima del Potere in un mondo in cui era considerato blasfemo separare fede e scienza. Galileo ne sa qualcosa. Ma Montaldo non vuole, anche perché oggettivamente non può, contenere la figura di Giordano Bruno nella sua interezza. Troppo complessa e vissuta in maniera dirompente tra scienza, magia e letteratura, in lungo e in largo tra le corti europee. Così il regista di "Sacco e Vanzetti" si sofferma sugli ultimi nove anni e allarga il suo sguardo al passato con rapidi flash-back. La storia del frate domenicano diventa così un nuovo capitolo sui delitti commessi dal Potere con uno sguardo lucido che guarda alla contemporaneità. Il rogo appiccato dalla Chiesa è lo stesso che in quegli anni (il film è del 1973) sta alimentando dittature come quella cilena e greca. Le ombre nere dell'età barocca sono in fondo le stesse del mondo d'oggi, sembra dire Montaldo. In questo modo la figura di Giordano Bruno viene riletta come una sorta di rivoluzionario socialista, un "guastatore" che cerca di erodere la Chiesa dal suo interno e di cui ci sarebbe necessità tutt'ora. Montaldo, infatti, vuole attualizzare le eresie di Bruno, farne quasi un manifesto programmatico ma allo stesso tempo non nasconde la sua concezione del mondo ancora legata a pratiche magiche e ben lontane dall'essere completamente scientifiche.
Il nocciolo di tutto il film è la modernità del frate napoletano, nei suoi atteggiamenti, nel suo mettersi sempre in discussione. Giordano Bruno non è un santo, anzi è molto umano: ama le donne, i bagordi, ha un'autostima smisurata, è arrogante e tagliente nei giudizi. Ma è allo stesso tempo una persona che non scende a compromessi, dubita, si fa domande, osa mettere in ballo le "sicurezze". È un eretico nel senso letterale del termine: perché eretico è colui che "sceglie" ed è in grado di valutare più posizioni prima di decidere quale prendere. Anche la morte è per molti aspetti cercata, voluta da Bruno in maniera spasmodica. Perché sapeva benissimo che quello era il prezzo da pagare per difendere la sua libertà. Un segno di una coerenza quasi eroica che lo sguardo di Gian Maria Volonté riesce a catturare mentre percorre la strada che dal carcere lo porta verso la pira. Due occhi lucidi, senza paura, la bocca chiusa in una morsa e il ricordo delle parole pronunciate mentre la Chiesa cattolica lo condannava a morte «Avete forse più timore voi nel pronunciare questa sentenza che io nel riceverla».