"War horse" di Spielberg zoppica
tra delusione, noia e sentimentalismo
Da domani al cinema a Sassari il nuovo film del regista di "E.T."

(foto: Facebook)
SASSARI. "War horse" non è un brutto film ma è forse una delle opere meno riuscite di Steven Spielberg, al pari con "Hook", "La guerra dei mondi" e "Amistad". Ed è proprio con "Amistad" che condivide l'aspetto più appariscente: la noia. Già, la storia di questo cavallo che finisce in mezzo all'orrore della Prima guerra mondiale non appassiona mai, malgrado tutto. Nonostante ci sia una storia perfetta per Spielberg: quello di un singolo che si trova a confrontarsi con fatti più grandi di lui e dalla quale ne esce inevitabilmente cambiato. Eppure il regista di "Schindler's list" mette in campo tutto il meglio del suo cinema con riprese fluenti, un pathos sentimentale e un amore verso i personaggi in scena molto forte. Ma tanto sforzo non ha portato un risultato all'altezza. Chiariamo comunque una cosa: "War horse" potrà sicuramente piacere magari a un pubblico meno smaliziato e più accondiscendente verso gli aspetti più "favolistici" e può funzionare molto bene con i bambini.
A Spielberg interessa molto il legame tra il puledro protagonista, Joey, e il suo "padroncino" Albert. Dovrebbe essere il segnale tangibile di un'amicizia che sfida il tempo e le avversità; il loro anzi è un rapporto quasi umanizzato, tanto che si ha l'impressione che il cavallo quasi ragioni come un essere umano e provi dei sentimenti simili. È un cavallo che sembra avere il dono del poter scegliere da che parte stare. Su questo aspetto il cinema, quello per l'infanzia soprattutto, ha visto esempi molto noti da Lassie a Rin Tin Tin e Spielberg in un certo senso sembra omaggiare questo tipo di narrazione. La musica avvolgente e i colori carichi danno l'impressione di star di fronte a un film per famiglie tipico degli anni Quaranta-Cinquanta con tutti i pro e i contro della situazione: da personaggi umani al limite dello stereotipo, a sequenze tipiche come quelle in cui si crea il rapporto di fiducia tra l'animale e il ragazzo. Ed è un peccato perché in mezzo a questo mare di mediocrità ci sono alcune scene potentissime che lasciano il segno: dalla cavalcata tra le spighe che si trasforma in un bagno di sangue, sino al dialogo tra un soldato inglese e uno tedesco nella "no man's land", la terra di nessuno tra le due trincee. Uno spazio di umanità veramente commovente in mezzo all'orrore della guerra.
È curioso semmai notare come anche "War horse" si inserisca nella ricerca di avventura come lo era anche "Tintin", ma dall'aspetto giocoso del ragazzino reporter qui si arriva a qualcosa di più drammatico. Una crescita personale per i suoi protagonisti che passa attraverso i campi di battaglia e la vita da soldato. Spielberg, insomma, continua a riflettere sulla sua idea di cinema ma senza il disincanto di una volta. Anche stavolta, malgrado tutto e dobbiamo almeno rendergli atto de "l'onore delle armi".