Lolita, anatomia di un capolavoro

04/05/2021
di Luca Corrias

Quando si parla di “Lolita” tra amici, che siano letterati, cinefili, musicisti o comuni lettori/spettatori,     (prendendo specialmente in esame quest’ultima categoria, che spesso critica superficialmente senza cognizione di causa), si tende spesso a liquidare l’opera definendola immorale, diseducativa, scabrosa, morbosa anche se scritta bene. Questo è più o meno il sentimento ricorrente tra chi ha letto male il libro o ha visto grossolanamente i film, o peggio ancora ne parla (spesso male) solo per sentito dire. Queste persone in gran parte hanno una tendenza a trovare sempre in ogni film o libro l’aspetto moralistico, educativo e religioso fino a rasentare il bigottismo, tralasciando completamente il lato artistico, che ovviamente nell’arte dovrebbe essere in primo piano. Questa è la triste sorte di alcuni microcefali con livello di istruzione medio-bassa e una forte propensione al puritanesimo religioso. Chi non comprende la grandezza di “Lolita” e si ritiene un esperto d’arte, commette un reato. Perché il romanzo di Vladimir Nabokov, pubblicato a Parigi nel 1955, è una delle grandi opere letterarie della storia al pari della Divina Commedia, dello Straniero di Camus e delle opere di Kafka. Non a caso il quotidiano francese Le Monde lo ha inserito nella lista dei cento migliori libri del XX secolo al 27esimo posto. E tra l’altro alla sua pubblicazione “Lolita” è stato definito da Graham Greene, tra i massimi scrittori britannici del secolo scorso, il romanzo migliore dell’anno. La trama è semplice e parla di un professore di letteratura francese, Humbert Humbert, che nel suo soggiorno americano presso la casa di una vedova, s’innamora perdutamente della figlia minorenne, la sensuale e indisciplinata “Lolita”. Per avvicinarsi sempre più a lei il protagonista sposa la madre, diventandone il patrigno. Mentre la ragazza va in un collegio, un giorno qualunque la moglie del professore viene investita da un’auto e muore. Humbert dunque prende in affidamento la giovane e i due viaggiano in lungo e in largo per l’America in auto seguendo gli impegni accademici del protagonista. Durante il loro girovagare Lolita conosce uno scrittore, Claire Quilty, col quale progetta una fuga dal patrigno. Il piano funziona, ma la relazione con l’uomo ha vita breve. La giovane tenta di ricostruirsi una vita con un nuovo ragazzo e rimane incinta. Ma i soldi scarseggiano ed è costretta a contattare il patrigno per un aiuto economico. Humbert scopre alla fine l’identità dell’uomo con cui Lolita era scappata, lo uccide e poi viene arrestato dalla polizia.
Il tema della pedofilia presente in questo romanzo è solo un espediente utilizzato dal suo autore per raccontare una storia senza tempo e che esplora altri aspetti della vita come i traumi psicologici, l’ossessione amorosa, il culto verso la bellezza, il conflitto interiore, la separazione, il viaggio, il tradimento, l’omicidio, il pentimento e la redenzione. Tutti questi ingredienti nel testo sono tenuti in piedi da una prosa letterariamente alta, da descrizioni suggestive, da introspezioni psicologiche e personaggi quasi mitologici. Nabokov con il suo stile lirico, pittorico e a volte ironico fa confluire nel romanzo riferimenti a classici greci e latini, figure retoriche complesse e scene velatamente erotiche che convergono in un tripudio di citazioni colte e di innegabili seduzioni visive. Le atmosfere magiche che si riscontrano nei paesaggi, nei dettagli, negli oggetti e nelle situazioni fanno di quest’opera un’esperienza sensoriale da vivere, da leggere e rileggere, e da vedere in tutte le sue trasposizioni cinematografiche. Ottima quella di Stanley Kubrick del 1962, diversa ma altrettanto struggente la versione di Adrian Lyne del 1997.“Lolita” con il suo fascino senza tempo, è un capolavoro che non invecchia mai e che continua ad avvicinare a profonde riflessioni generazioni di registi, scrittori e artisti.

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