SASSARI. Harry Potter capitolo chiuso. Era ora. Non me ne vogliano i fan più accaniti, ma dopo otto film non se ne poteva più. Perché al di la del fenomeno globale di marketing, la saga (dal punto di vista cinematografico) non è quasi mai stata esaltante. E l'ultimo capitolo uscito pochi giorni fa nelle sale, conferma proprio questo aspetto.
Ma partiamo dalla storia. Eravamo rimasti alla fine della prima parte di "Harry Potter e i doni della morte", con Voldemort che era riuscito a pigliarsi la bacchetta magica di sambuco. Arma potentissima e micidiale. Ora il Signore del Male ha deciso di scatenare la sua furia contro Hogwarts che nel frattempo è diventata una specie di scuola "nazi" alla guida del professor Piton: ragazzi in riga, atmosfera plumbea. I tre eroi (Harry, Ermione e Ron) nel frattempo danno la caccia agli ultimi «horcrux»,in cui Voldemort ha nascosto parti della sua anima. Lo scontro finale si fa vicinissimo.
Le atmosfere da fiaba sono bandite: il nero e il fumo la fanno da padroni e l'assedio alla scuola di magia da parte dei cattivi sembra la difesa estrema degli ultimi peones. Un gigantesco videogioco fatto di colpi di bacchetta magica, mostriciattoli che sbucano in ogni dove, azione, azione, azione. Non c'è tempo per i morti (sembra di stare a Fort Apache), bisogna stanare il cattivo e farlo fuori. Insomma dal punto di vista narrativo tutto è tirato via, spiegazioni e approfondimenti sono relegate ad alcuni momenti all'interno della trama che però spezzano in maniera grossolana il ritmo della storia. Sono come parentesi, meglio lunghi "spiegoni" che servono a capire il perché del destino di Harry e della sua lotta viscerale con Voldemort. Ed è qui che la noia prende il sopravvento: la lunga scena di "limbo" (chiamiamola così) in cui Harry discute con Silente è da suicidio, perché inserita durante il combattimento tra il maghetto e il Signore oscuro. La tensione è andata a farsi benedire e non vedi l'ora che i due riprendano a menarsi di santa ragione. Ma quando succede ormai è troppo tardi e si va verso un finale stiracchiato, fatto per rattoppare la storia.
Ecco, i rattoppi. Tutta la saga è un immenso tentativo di mettere pezze qua e là per cercare di dare continuità a una storia che, sullo schermo, ha visto susseguirsi registi diversissimi per qualità e tecnica. Dalle atmosfere bambinesche dei primi due capitoli a firma di Chris Columbus (quello di "Mamma ho perso l'aereo", per capirci), si è passati all'estro dark di Alfonso Cuaròn (il migliore della serie), alla normalizzazione di Mike Newell, sino agli ultimi quattro episodi diretti da David Yates dallo stile discontinuo e tendente al mediocre.
Probabilmente nessuno si aspettava che J. K. Rowlling, l'autrice dei romanzi del maghetto, sfornasse in sette libri una miriade di particolari che a lungo andare sarebbero diventati fondamentali per capire tutta la saga. Così gli ultimi episodi sono diventati una corsa contro il tempo per far quadrare il cerchio. Ma il cerchio non solo "non si è quadrato", ma ha lasciato la sensazione di una bella occasione sprecata. Il che dopo dodici anni dal primo episodio, è francamente imbarazzante.
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