SASSARI. Potremo tranquillamente parafrasare il titolo del film da “The king’s speech” (Il discorso del re) in “The Colin’s speech”, cioè il discorso di Colin (Firth). Perché, l’attore inglese è stato quest'anno sempre in pole position per vincere l’Oscar come miglior attore con tanto di discorso di ringraziamento già in tasca da mesi. Cosa che poi è puntualmente avvenuta (le altre tre statuette su dodici candidature sono andate al regista Tom Hooper, al film e alla sceneggiatura).
Il film, infatti, si regge tutto magnificamente sulle sue spalle e nei movimenti goffi, impacciati, accentuati dalla balbuzie di Albert “Bertie” Windsor, re di Gran Bretagna e Imperatore delle Indie con il nome di Giorgio VI. Un re controvoglia, salito al trono dopo che suo fratello maggiore Edward, più bello e più glamour di lui, aveva mandato all’aria capre e cavoli per sposare la pluridivorziata ed emancipatissima Wallis Simpson. Uno scandalo che la Corona bacchettona non poteva tollerare, senza contare che la borghese signora era pure sensibile al fascino dell’ideologia nazista. Insomma il suo non era certo un pedigree con i fiocchi per una moglie di un re.
Il film di Tom Hooper focalizza la storia sul rapporto tra il sovrano e il suo logopedista Lionel Logue, un australiano dai metodi tutt’altro che ortodossi, ma tra le righe racconta molto di più. Nell’era della modernità essere re, non è significa solo «saper andare a cavallo», come appunta stizzito il morente Giorgio V. Deve essere una voce, capace di trasmettere forza e tranquillità al suo popolo. La parallela diffusione della radio, accentua ancor di più questa necessità. Nel secolo che ha inventato le comunicazioni di massa, pubblico e privato si intrecciano e le mura di un palazzo dorato non dividono più i nobili dai plebei.
Per il povero “Bertie” stare di fronte a un microfono è un dramma: tentenna, le lettere e le frasi sono come muri altissimi da scalare. Psicologicamente è devastante. Solo la moglie riesce a dare forza e a dare coraggio a quest’uomo che si sente eterno secondo, inadatto a tutto. Ora più che mai visto che il Paese si trova sull’orlo della Seconda Guerra Mondiale. Il legame con il suo medico si trova a dover far fronte alla rigidità di etichette sociali e barriere comportamentali che scandiscono i ruoli.
La cinepresa rende bene questo senso di soffocamento e divisione sociale chiudendo i personaggi dentro ambienti stretti e deformando le immagini. Una gabbia fatta di convenzioni con il mondo che incombe minaccioso. Hooper, peraltro, non nasconde l’arroganza, la supponenza sprezzante del re d’Inghilterra che si trova di fronte un uomo comune che gli da filo da torcere, se ne frega del bon ton di Buckingam Palace e gli da il coraggio per vincere la guerra delle parole, prima ancora di quella, ancora più difficile, contro l’Asse nazista.
Il trailer in lingua originale